Bergamo: Umberto Ambrosoli chiude la sua campagna elettorale – di Giuliana Nuvoli

Bergamo: Umberto Ambrosoli chiude la sua campagna elettorale – di Giuliana Nuvoli

Fuori nevica: con poca convinzione, ma nevica. Il Centro Congressi Giovanni XXIII è nascosto in un vecchio palazzo e, da fuori, è difficile credere che si chiuda qui la campagna elettorale. L’unico segnale è, sulla destra dell’ingresso, una foto di Ambrosoli con la scritta: “Ci siamo” . E nella sala, come soldatini rossi, i cartelli “Ci siamo” poggiano sui braccioli delle poltrone col duplice rimando: noi siamo qui, tutti, questa sera;  ma ancora: è giunto il momento, adesso si cambia!

 Il Centro Congressi si riempie dei soliti cicalecci, di saluti gridati, di sorrisi. Che aria tira? Di quieta sicurezza, direi; come tutto fosse già compiuto. Intanto, sullo schermo scorrono immagini di uomini (poche donne)  che riprendono e spiegano, ognuno a suo modo, lo slogan “Forte perché libero”.

 Gli Ottavo Richter aprono la serata con i loro imperiosi ottoni, mentre i cartelli “Ci siamo” si alzano tutti insieme; Alessandra Faiella e Davide Paniate introducono gli ospiti con ritmo veloce e battute pungenti.

Il primo a prendere la parola è il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, bergamasco di famiglia: fa riferimento alle simiglianze con Ambrosoli. Entrambi provengono dalla società civile e dalle professioni. Porterà fortuna? Lo spera. E spera anche che il rinnovamento davvero parta dalla Lombardia.

Poi sale sul palco Giuliano Pisapia, in un tifo da stadio. “Siamo liberi di cambiare; siamo liberi di sognare; sognare di vincere. E vinceremo”. E ancora: “Felicità è essere al posto giusto, con le persone giuste, nel momento giusto: questo sta accadendo adesso”. Ma ricorda che non è finita: è necessario parlare con tutti, per convincere anche l’ultimo indeciso, ricordando le false promesse di chi niente ha saputo mantenere. La politica che  segnerà la prossima storia della Lombardia, continua Pisapia, sarà contro il malaffare; sarà trasparente e segnata dalla passione. A Milano è stata vinta una tappa a cronometro; altre a Como e a Monza: adesso bisogna vincere il Giro di Lombardia; se accadrà, avremo vinto il giro d’Italia. Così con Bersani non ci vergogneremo più di essere Italiani; e con Ambrosoli saremo fieri di essere Lombardi, perché egli sarà il presidente di tutti i cittadini onesti che lavorano in questa terra.

Poi è il turno dei rappresentanti della coalizione: 6 uomini e una donna (De Lucia,. Di Stefano, Sora, Marcella Messina, Bruni, Martina, Bettoni); anche loro declinano il proprio “Forte perché libero/a”.

In maglioncino celeste e jeans, fra evviva ed applausi, arriva Ambrosoli. Parla con pacatezza e passione insieme: è cresciuto rapidamente ed ha acquisito forza; e il pubblico lo avverte.

Deve essere una Regione che aiuti, esordisce; una Regione che consenta a chi ne ha la responsabilità di governare al meglio. Ed elenca alcune delle realtà complesse incontrate in campagna elettorale: l’ospedale di Sondalo, ad esempio,  che è a rischio; a Colico ci sono imprenditori che costruiscono le più ricercate valvole per pozzi petroliferi e che chiedono solo di lavorare come, a Lomazzo,  i giovani ricercatori sul grafene. E poi il  mondo agricolo e la sua solidità alla Cassinazza (Pavia); o, a Mantova, la filiera agro-alimentare del grana e del parmigiano. E, per ultima, cita la giovane donna diventata sindaco di un piccolo paese 7 giorni prima del terremoto, e che è ripartita dalla ricostruzione della scuola materna. Formigoni passò una sola volta per una foto e li lasciò con fondi pressoché inesistenti.

La gestione che abbiamo avuto nella regione Lombardia è stata inefficiente, continua Ambrosoli: ora propongono cose che avrebbero potuto fare prima, avendone avuto il potere ma guai a chiederne conto… si ritengono offesi, come è accaduto con Maroni.

Il correttivo all’insipienza  e sedersi insieme al tavolo: imprese, agenzia delle entrate, università e progettare il da farsi. E’ mettere insieme l’aiuto immediato alle singole imprese, ai negozianti, agli ambulanti  e l’applicazione di un comportamento virtuoso. Allora potrebbero tornare gli investitori esteri: abbiamo artigiani e imprese che fanno le cose nel migliore dei modi. Ma c’è troppa corruzione, e legami troppo stretti con la ‘ndrangheta: dove c’è corruzione non vince il merito. E, in questo contesto, i giovani non vedono il futuro: perché nessuno sta investendo sul loro futuro.

E chiude con una storia: quella dell’avvocato torinese che racconta, ancora adesso, che il momento più bello della sua vita fu quando venne letto il suo nome fra i difensori d’ufficio di un gruppo di brigatisti rossi. Era stata una scelta dura, sofferta, quella di accettare: ma era stata la cosa giusta da fare. Una scelta giusta come quella di aver accettato di candidarsi alla guida della Lombardia; e come quella di tutti coloro che hanno lavorato in questa campagna.

L’urlo gioioso che chiude la serata è: “Vinciamo! Vinciamo!”

È una certezza, ormai. I “se” paiono aboliti; i dubbi lontani. Da martedì, però, avrà inizio un cammino difficile: le cancrene di un ventennio non svaniranno per incanto. Ma i lombardi stanno cambiando: vanno nelle piazze povere e fuggono dalle ricche convention. Buon segno: di sanità mentale e di cosciente realismo. Chissà che non sia davvero la fine di un ventennio da dimenticare.