Censura al vicepresidente Mantovani

Censura al vicepresidente Mantovani

Oggi discutiamo la mozione di censura al vicepresidente della Giunta regionale lombarda. Non un atto di stizza di una minoranza guerrafondaia, ma un atto di responsabilità verso una istituzione in cui tutti crediamo e a cui tutti teniamo quale è la nostra Regione.

Questa mozione di censura arriva in seguito alle sfortunate, quanto volute, dichiarazioni fatte dal vicepresidente Mario Mantovani in Israele. Parole infelici di cui tutti siamo a conoscenza e che hanno imbarazzato tanti, in minoranza come in maggioranza, per quanto ci è stato ripetutamente comunicato.

Ma oggi non vorrei tanto concentrarmi sul contenuto delle dichiarazioni, ovviamente provocatorie, e sull’infelicità del momento e del luogo in cui sono state espresse.

Voglio infatti pensare che l’assessore Mantovani, in cuor suo, fosse lucidamente consapevole della forzatura abnorme che stava compiendo e che l’abbia fatta volutamente, per mandare un messaggio di fedeltà al capo del suo movimento politico. Abbiamo infatti assistito a una sorta di segnale maldestro in un momento in cui il suo partito, che al momento era ancora uno, si stava dividendo. Era un modo per dire “io ci sono”, cosa che in politica può essere comprensibile ma che è risultata particolarmente infausta nelle tonalità e nei paragoni scelti.

Non voglio comunque abboccare alla provocazione e mi concentrerò sullo stigmatizzarne i contenuti che, ripeto, erano talmente abnormi da non avere alcun senso. Voglio fare una riflessione che corrobori la richiesta di votare questa censura, cioè un atto che rimettiamo nelle mani del Presidente Maroni per le valutazioni che riterrà opportuno fare.

I tempi, per altro, ci consegnano una settimana in cui le vicende politiche di Silvio Berlusconi, terminate quelle giudiziarie per il caso in questione, domani, non senza tensione, faranno finalmente il loro corso. Ma gli attacchi ripetuti alla prima carica dello Stato, a cui va tutta la nostra solidarietà, non ci fanno ben sperare sulla maturità con cui la vicenda verrà affrontata. Non si fa altro, infatti, che peggiorare il clima e renderlo sempre più teso e preoccupante.

Ai nostri colleghi parlamentari sta questo passaggio delicato quanto dovuto nella storia della nostra Repubblica.

A noi sta la sobrietà di riflettere su ciò di cui ha bisogno la situazione italiana in questo momento di crisi economica prima ancora che istituzionale.

E quello di cui c’è bisogno è proprio di certezza e di unità di intenti. Non possiamo, per vicende su cui può divergere la nostra lettura di fondo, mettere a repentaglio ripetutamente i fondamenti dello stato di diritto. Continuare cioè a porre sotto ricatto le istituzioni per vicende che hanno altra genesi e altro decorso.

Per questo motivo riteniamo che il suo comportamento, assessore Mantovani, sia censurabile. Non tanto e non solo per l’abnormità delle frasi dette, quanto per il fatto che lei è stato designato dal Presidente Maroni a essere il suo vice e vicario e quindi lei rappresenta – quando parla ed agisce – non le volontà e le opinioni del cittadino Mantovani, e neppure quelle del Consigliere Regionale Mantovani (o del sindaco di Arconate, ruolo che lei ricopre ancora a dispetto della legge), ma l’intera regione Lombardia.

E penso che la Regione Lombardia oggi, più che interessarsi delle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi, chieda serietà, responsabilità e stabilità.

Chieda cioè un atteggiamento responsabile, non enfatico, ma serio e pragmatico, come i lombardi sono.

Alzare quindi i toni, minacciare, fare paragoni impropri, non è quello di cui abbiamo bisogno oggi. Oggi abbiamo necessità di unità di intenti per superare una crisi difficile, sapendo che lo Stato deve funzionare in tutte le sue articolazioni e che la vita di una Repubblica è più forte del destino di un suo solo cittadino. E non c’è bisogno di scomodare Platone per comprendere appieno la verità di questa asserzione.

L’interesse comune è infatti quello che ci deve guidare, evitando provocazioni che sono solo perdite di tempo e che solleticheranno sì il suo desiderio di manifestare la propria fedeltà al capo ma che non restituiscono assolutamente il clima vero vissuto nelle imprese, nei comuni e nelle strade della nostra Lombardia.

Sappiamo quanto di provocatorio e scientifico c’era in quelle dichiarazioni. E sappiamo anche che lei non ha intenzione di ravvedersi perché quello che cerca è proprio una platea a cui rivolgersi per alimentare il clima di tensione che tanto è costato al Paese ed anche al Pdl che su questo, nella divisione fra falchi e colombe, ha visto infrangersi la sua storia.

E’ proprio questa mancanza di responsabilità a preoccuparci maggiormente, soprattutto in un momento così critico per le nostre istituzioni. E soprattutto che la persegua il vice presidente della Regione, cioè un uomo che dovrebbe incarnare l’istituzione prima che la sua parte politica.

Per tutte queste ragioni chiediamo quindi all’Aula di accogliere la richiesta di censura. Perché nella dialettica democratica la provocazione gratuita venga stigmatizzata e si torni a fare quello che i lombardi si aspettano da noi.

Cioè a lavorare per la ripresa economica e per l’uscita dalla crisi.

Umberto Ambrosoli