Droghe leggere, serve un dibattito aperto.

Droghe leggere, serve un dibattito aperto.

Ieri, respingendo la nostra mozione sulla depenalizzazione delle droghe leggere, il Consiglio regionale della Lombardia ha perso l’occasione di aprire un dibattito che sicuramente proseguirà nelle istituzioni e nell’opinione pubblica.
In questa intervista a Giuseppe Garavaglia per vocidimilano.it approfondisco il mio punto di vista.

Bocciata in Consiglio regionale la mozione per la depenalizzazione della cannabis presentata dal Patto Civico

La Lombardia ha detto no alla depenalizzazione della cannabis. Il Consiglio regionale ha bocciato a maggioranza la mozione, presentata dal Patto Civico di Umberto Ambrosoli, che chiedeva alla giunta regionale di attivarsi presso il governo per la depenalizzazione delle droghe leggere. Dopo il dibattito in aula, la votazione ha visto 22 favorevoli (Pd, Patto Civico e M5S), 37 contrari (Fi, Ncd, Lega Nord e gruppo Maroni Presidente), mentre 7 consiglieri (6 di area Pd, più il presidente Raffaele Cattaneo) non hanno partecipato al voto.

Avvocato Ambrosoli, annunciando la mozione ha dichiarato: «Il proibizionismo della Fini-Giovanardi ha fallito». Potrebbe spiegare quali sono le principali colpe di quella legge?

La cosiddetta legge Fini-Giovanardi, cioè la 49 del 2006, si è caratterizzata per il carattere aprioristicamente repressivo (peraltro più volte rivendicato), e ha anche cancellato ogni differenza tra le diverse sostanze stupefacenti: ha introdotto infatti un inasprimento delle misure contro la produzione, il traffico e il consumo anche in modiche quantità. A distanza di quasi un decennio, possiamo dire che tale politica proibizionista ha fallito su tutti i fronti: non è riuscita a contrastare il consumo, non ha creato ostacoli alla produzione né ha limitato il traffico illecito. Proprio per quanto riguarda il traffico di droghe leggere, è ormai accertato che gran parte della sostanze stupefacenti sono importate da Russia, Albania e Africa per il tramite di associazioni criminali (soprattutto ‘ndrangheta), che alimentano i loro traffici e la loro organizzazione proprio grazie ai proventi dello spaccio.

Un dato forse meno noto è quello riguardante la produzione. Ebbene proprio l’Italia, insieme alla Grecia, è il Paese in cui la produzione nazionale di marijuana è cresciuta di più, tanto che nel 2011 sono state sequestrate oltre un milione di piante, praticamente la stessa quantità che viene espropriata in Jamaica.

Inoltre l’Unione Europea, nella relazione del 2012,  segnala che il nostro Paese detiene la quota più alta di consumatori sul totale della popolazione. Ed è proprio su questo ultimo punto che la Fini-Giovanardi ha dimostrato la sua inefficace assurdità: un’impostazione meramente repressiva del piccolo spaccio di droghe leggere ha, di fatto, contribuito all’attuale, e inaccettabile, sovraffollamento carcerario. Inammissibile per considerazioni umanitarie, prima di tutto, ma anche per gli insopportabili costi che questo comporta al nostro sistema.

Non ci sono perciò dubbi, non solo in Italia ma nel mondo, sul fatto che si debba rapidamente intervenire.

Esiste un modello di liberalizzazione delle droghe leggere applicabile in Italia, tenendo conto del potere delle organizzazioni criminali e del clima culturale presente nel nostro Paese?

Il modello alla fine emergerà dall’intrecciarsi dei pareri giuridici con la sensibilità politica.

Nel 2013 la Corte di Appello di Roma prima, e la Suprema Corte di Cassazione poi, hanno sollevato alcune questioni di legittimità costituzionale sulla legge 49 del 2006, stigmatizzando la mancata distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti e la sproporzione delle pene rispetto alla pericolosità delle condotte da reprimere. Su questo tema si discuterà poi l’11 e 12 febbraio al Palazzo della Consulta.

Come è noto, seguendo le indicazioni della Consulta, alcune Amministrazioni regionali hanno già coraggiosamente applicato, in modo autonomo, quanto già previsto dal decreto Balduzzi del 23 Febbraio 2013, che concede l’utilizzo dei farmaci a base di cannabinoidi per usi terapeutici.

Così, dopo la Toscana e la Liguria, si è aggiunta la settimana scorsa anche la Regione Puglia, il cui consiglio ha approvato all’unanimità la liberalizzazione della cannabis non solo in ambito ospedaliero, sia pubblico che privato, ma anche a casa del paziente se il piano terapeutico sia stato disposto dal medico specialista del servizio sanitario nazionale. Ma c’è di più. Nella legge che la Regione Puglia pensa di approvare definitivamente nel corso di questo mese, c’è l’intenzione di chiedere al ministero della Salute l’autorizzazione per la coltivazione e la lavorazione della pianta, così da consentire un accesso al farmaco più agevole e soprattutto meno oneroso. I farmaci a base di cannabinoidi, infatti, sono prodotti in Olanda e distribuiti in Italia da un unico rivenditore, che quindi ne possiede il monopolio. Si spiega così l’elevatissimo prezzo di questi farmaci, che spinge molti malati a rivolgersi al mercato illegale.

Grazie a queste regioni possiamo dire che qualcosa si muove. È per questo che, mentre si sta costituendo un modello a macchia di leopardo, noi diciamo che sarebbe meglio una politica più omogenea, e comunque che in Lombardia non possiamo solo restare a guardare cosa fanno gli altri.

La mozione era un modo per pungolare il Governo sul tema della liberalizzazione delle droghe leggere?

Il testo presentato alla discussione del Consiglio impegnava innanzitutto il presidente e la giunta regionale: da un lato ad attivarsi presso il Governo affinché si procedesse alla riduzione delle sanzioni per i reati strettamente connessi al consumo personale di droghe leggere, dall’altro perché promuovesse il confronto, quanto più aperto possibile, sul contenuto del rapporto della Commissione globale per le politiche sulle droghe. Vogliamo cioè che questa Regione, invece che confinare a Twitter il dibattito tra l’assessore all’Agricoltura e il Presidente della Regione, incoraggi il Governo a sperimentare modelli di regolamentazione giuridica della droga capaci di minare il potere del crimine organizzato, e  salvaguardare la salute e la sicurezza dei cittadini.

Contavate sull’appoggio di qualche partito in particolare?

Noi abbiamo chiesto il più ampio schieramento possibile. Teniamo comunque conto che su questo tipo di questioni “etiche” gli schieramenti siano trasversali e attraversino tutti i partiti. Perciò la mozione, presentata dai cinque consiglieri del Patto Civico, alla sua prima uscita ha raccolto 22 voti favorevoli, non abbastanza per l’approvazione. Il Pd ha appoggiato la nostra mozione nel dibattito, ma lasciando anche libertà di voto ai suoi consiglieri, alcuni dei quali si sono astenuti. Non è ancora tempo forse per una condivisione unanime.

Ma una larga maggioranza non sarà possibile fin quando non si avvierà un serio e approfondito dibattito. Che è l’obiettivo che ci proponiamo.

In un periodo come questo non crede che parlare di droghe leggere possa sembrare fuori luogo, o comunque non avere quell’attenzione che invece meriterebbe?

Cose che sembrano marginali a volte hanno un potente effetto d’impatto sul sistema: in questo caso basti pensare al numero di detenuti presenti nelle carceri italiane. Quasi il 40% del totale è detenuto per reati connessi alle droghe.