Servizi sociali e Regione Lombardia

Servizi sociali e Regione Lombardia

Regione Lombardia, negli ultimi anni, è intervenuta nel settore dei servizi sociali con la proposta di istituire un Patto per il Welfare e una modifica della legge 066 sulla riorganizzazione dei servizi sociali.
Una proposta che ha ricevuto moltissime critiche perché introduce una posizione di “quasi mercato” nella gestione del welfare e principi – come quello del reddito del singolo assistito nel calcolo della compartecipazione alle spese di assistenza, in caso di grave disabilità che esclude la possibilità di compartecipazione famigliare alle spese – del tutto inaccettabili e utilizza, in maniera sostanziale, anche nei servizi sociali, l’uso del voucher. Un sistema già in atto nella scuola e, in parte, anche nel servizio sanitario e ora replicato nel sociale dove però non trova un’applicazione coerente con il contesto e con quello che sono le reali necessità dei cittadini.

Il punto principale di critica a questo modello è, in una battuta, dato dall’assunto che: “I problemi delle persone non si risolvono con le prestazioni”.
Non è quindi con un voucher, con una elargizione di un contributo in denaro che è possibile intervenire in una sfera, quella appunto del sociale, più complessa e articolata.
La proposta di una ristrutturazione di questo settore su base regionale deve invece basarsi su tre concetti cardine:
• la presa in carico delle persone
• l’analisi dei bisogni
• l’individuazione delle cause per poter determinare soluzioni di lungo periodo

Il voucher lascia sole le persone, diventa uno strumento di finanziamento di un sistema di welfare che vuole giungere a un “quasi mercato” nel quale l’offerta supera la domanda di prestazione. Quello che non deve accadere in Regione Lombardia, e che invece accade oggi, è che, ad esempio per le persone disabili, ci siano più istituti che comunità.

E’ chiaro che come conseguenza, la persona disabile che si rivolge ai servizi sociali viene dirottato verso l’istituto, perché li c’è posto anche se, spesso, non è quello il terminale corretto per la sua situazione.
Pertanto occorre regolare la libertà di scelta nella presa in carico della persona in modo da incrociare tutte le sue reali esigenze ed attuare il progetto di assistenza che parte dall’analisi della cause e della condizione. Si deve superare l’attuale modello dell’assistenza “prima di tutto” per arrivare a considerare la condizione come un insieme di fattori entro i quali la “terapia” e la “prestazione” sono solo uno degli anelli della catena.

I costi e i finanziamenti dei servizi per le persone disabili potrebbero essere infinitamente più ridotti e razionalizzati se, come intendiamo fare, si comprendesse il grado di complessità di una situazione e se ne andassero ad affrontare le basi, le fondamenta, non solamente gli aspetti terapeutici.

Infine occorre rendere immediatamente operativa all’interno della Giunta e degli organi competenti la più volte sbandierata e mai attuata trasversalità. Occorre cioè creare un sistema nel quale le persone disabili e le loro istanze non siano solamente valutate dall’area sociale ma siano oggetto di programmazione anche dei settori mobilità e trasporti, scuola, benessere che sono elementi e componenti essenziali per poter dare risposte coerenti con il modello della presa in carico della persona